REPERTI PRIVATI, 2015

PRESENTAZIONE di Fernanda Snaiderbaur

La presenza umana si ritrae, sottraendosi alla vista. Resta la traccia. Il suo passaggio, come calcare quando l’acqua si è asciugata, si deposita sulle cose lasciando un’orma della propria esistenza che non è più.

Benvenuti nell’universo di Guido Buganza, un luogo animato da una vibrante e viva mancanza, risultato di una personale ricerca dell’artista che lo ha portato a scarnificare i soggetti della sua attenzione fino a ridurli ad una eco malinconica. Reperti privati.

“Dal mio punto di vista è umano non l’uomo ma quello che resta dell’uomo, i suoi manufatti. Che riproduco.” G.Buganza, Milano 2015

Nella pittura di Buganza il protagonismo di questa sottrazione volontaria attuata dal pittore, l’ossimoro di un’assenza dell’umano che è al contempo presenza, rappresenta il fulcro del rigoroso lavoro dell’artista.

Attraverso la riproduzione seriale delle vestigia umane, a vece del soggetto, Buganza riesce infatti a catturare e rivelare la vita che l’oggetto ha assorbito, l’energia che ancora brulica, viva, nella penombra dell’oblio di chi è assente dopo che le proprie ore vitali sono evaporate.

Chiave di lettura privilegiata per avvicinarsi al cuore di questa produzione artistica è la malinconia, una patina di vissuto che non è mai tristezza quanto piuttosto un leggerissimo respiro che muove impercettibilmente l’immobile. Sussurra di una presenza che non è più ma che un tempo ha vissuto, consumato. Una vita che attraverso lo sguardo di Buganza riemerge, rivitalizzata e potente, nel silenzio di luoghi e di oggetti inanimati.

La particolare cifra malinconica che si respira in Reperti privati è quindi quella propria di un’esistenza che ha vissuto intensamente e che per questo, quando passata, lascia sapori, odori e umori che l’arte di Buganza capta e coagula sulla tela. Negli oggetti che dipinge e nelle linee che disegna.

Seguendo il ragionamento artistico del pittore, solo le tracce risultano realmente vere, solo nell’assenza si può rivelare la vera presenza perché, sembra suggerire Buganza, l’umanità per essere onestamente credibile ha bisogno di essere filtrata, anche attraverso i segni più sporchi del suo passaggio, con rigore e senza compiacimento, con l’affetto e l’attenzione che si devono alla rielaborazione di una memoria, di un episodio che va compreso per essere superato o rivissuto meglio.

In quella che può essere definita come una vera e propria presentazione dell’umanità attraverso l’assenza, i quadri di Buganza divengono così testimoni, catalizzatori del battito d’ala dell’esistenza, memoria che richiama, ricorda e quasi sussurra all’orecchio dell’osservatore. Traduzione in pratica, attraverso la reiterazione continua di luoghi, oggetti e situazioni di quella che è una presenza che da mentale si reifica, facendosi fisica.

Un eterno ritorno là dove si materializzano le ossessioni della mente e l’arte diventa piena presa di coscienza del proprio tempo.

“L’arte è uno strumento per conoscersi. Una seduta psicanalitica senza fine.” G.Buganza, Milano 2015

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